Nutrizione e benessere di Mariella Saudelli

Diabete e pre-Diabete

Il Diabete è una malattia  caratterizzata da un aumento patologico della concentrazione di glucosio nel sangue. Responsabile di questo fenomeno è un difetto assoluto o relativo di insulina, ormone indispensabile per il metabolismo degli zuccheri, o una resistenza periferica alla sua azione.
L’insulina è l’ormone, prodotto dal pancreas, che consente al glucosio l’ingresso nelle cellule e il suo conseguente utilizzo come fonte energetica. Quando questo meccanismo è alterato, il glucosio si accumula nel circolo sanguigno.
Aspetti Epidemiologici
In Italia
Ogni anno l’Istituto Nazionale di Statistica effettua un monitoraggio sullo stato di salute della popolazione e alcuni comportamenti sanitari e stili di vita, utilizzando un set di indicatori costruiti sulla base delle informazioni raccolte nell’indagine multiscopo sulle famiglie “Aspetti della vita quotidiana”. Per quanto riguarda il diabete, i dati riportati nell’annuario statistico ISTAT 2009 (www.istat.it/dati/catalogo/20091120_00/contenuti.htlm) indicano che è diabetico il 4,8% degli italiani (5% delle donne e 4,6% degli uomini), pari a circa 2.900.000 persone. Numeri che segnano un aumento rispetto all’indagine multiscopo del 1999-2000, secondo cui era diabetico il 3,7% degli italiani (4% le donne e 3,5% gli uomini). La prevalenza del diabete aumenta con l’età fino ad arrivare al 18,9% nelle persone con età uguale o superiore ai 75 anni. Per quanto riguarda la distribuzione geografica, la prevalenza è più alta nel Sud e nelle Isole, con un valore del 5,5%. Seguono il Centro con il 4,9% e il Nord con il 4,2%. Secondo i dati del sistema di sorveglianza Passi relativi al pool di Asl (P.A) partecipanti nel 2007-2008, la prevalenza del diabete è pari al 5%. L’analisi per macroaree geografiche evidenzia un gradiente significativo fra Nord (4%), Centro (5%) e Sud/Isole (6%). Nella P.A. di Bolzano si registra il valore più basso (2%), mentre in Basilicata quello più alto (8%), con differenze statisticamente significative rispetto al valore medio del pool di Asl. La prevalenza del diabete cresce con l’età (nella fascia 50-69 anni circa una persona su dieci ha dichiarato di avere una diagnosi di diabete), è più alta nelle persone senza alcun titolo di studio o con la sola licenza elementare (15%) e in quelle con molte difficoltà economiche percepite (9%). Un’analisi multivariata, che considera la presenza di tutte le variabili socio-demografiche indicate, ha confermato l’associazione significativa del diabete con l’età più elevata, il basso livello di istruzione e la presenza di molte difficoltà economiche. Per i dettagli, consultare l’approfondimento sul sito Passi (www.epicentro.iss.it) e scaricare la scheda tematica (pdf 355 kb).
Nel 2004 è stato realizzato lo studio epidemiologico Quadri, condotto dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con le Regioni, i responsabili delle Aziende sanitarie, la Società italiana di diabetologia (Sid) e l’Associazione medici diabetologi (Amd). Dallo studio, che ha coinvolto oltre 3200 persone con esenzione ticket per diabete di età compresa fra 18 e 64 anni residenti nelle 21 Regioni e Province autonome italiane, è emerso che l’adesione alle linee guida da parte dei pazienti è piuttosto scarsa. Per quanto riguarda la terapia, il 62% degli uomini diabetici in Italia non segue alcun trattamento farmacologico, il 24% non è trattato in modo adeguato (il valore della glicemia rimane superiore a 126 mg/dl) e solo il 14% riceve un trattamento adeguato. Tra le donne, il 56% non è sottoposto ad alcun trattamento farmacologico, il 31% non è trattato in modo adeguato e solo il 13% riceve trattamenti adeguati. Secondo i dati dell’Osservatorio epidemiologico cardiovascolare, raccolti a partire dal 1998 e pubblicati sul sito del Progetto Cuore (www.cuore.iss.it), in Italia i diabetici noti e non noti sono il 10% degli uomini e il 7% delle donne. Inoltre, sono a rischio in quanto intolleranti al glucosio l'8% degli uomini e il 4% delle donne, con alcune differenze a livello regionale. Infine, il 23% degli uomini e il 21% delle donne è affetto da sindrome metabolica. Il diabete comporta anche costi molto elevati: i dati dello studio Code-2 effettuato nel 2000 mostrano infatti come il 6,7% dell’intera spesa sanitaria nazionale, pubblica e privata (circa 5,5 miliardi di euro nel 2004) sarà assorbita dalla popolazione diabetica.
Nel mondo
Secondo l’Oms, sono circa 177 milioni le persone affette da diabete in tutto il mondo. Un numero che sembra destinato a raddoppiare entro il 2025, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, a causa non solo della crescita di popolazione e dell’invecchiamento, ma anche di diete poco idonee, obesità e sedentarietà. Se nei Paesi industrializzati i diabetici saranno principalmente persone oltre i 65 anni di età, nei Paesi in via di sviluppo questa malattia interesserà soprattutto persone tra i 45 e i 64 anni. Secondo l’International Diabetes Federation, i cinque Paesi con il più alto numero di diabetici sono l’India (32,7 milioni), la Cina (22,6 milioni), gli Stati Uniti (15,3 milioni), il Pakistan (8,8 milioni) e il Giappone (7,1 milioni). Inoltre, nonostante il diabete risulti la quarta causa di morte nella maggior parte dei Paesi ricchi, il 50% dei diabetici non è consapevole della propria condizione, con punte dell’80% in alcuni Paesi.
Diabete tipo 2
È la forma più comune di diabete e rappresenta circa il 90% dei casi di questa malattia. La causa è ancora ignota, anche se è certo che il pancreas è in grado di produrre insulina, ma le cellule dell’organismo non riescono poi a utilizzarla. In genere, la malattia si manifesta dopo i 30-40 anni e numerosi fattori di rischio sono stati riconosciuti associarsi alla sua insorgenza. Tra questi: la familiarità per diabete, lo scarso esercizio fisico, il sovrappeso e l’appartenenza ad alcune etnie. Riguardo la familiarità, circa il 40% dei diabetici di tipo 2 ha parenti di primo grado (genitori, fratelli) affetti dalla stessa malattia, mentre nei gemelli monozigoti la concordanza della malattia si avvicina al 100%, suggerendo una forte componente ereditaria per questo tipo di diabete.
Anche per il diabete tipo 2 esistono forme rare, dette MODY (Maturity Onset Diabetes of the Young), in cui il diabete di tipo 2 ha un esordio giovanile e sono stati identificati rari difetti genetici a livello dei meccanismi intracellulari di azione dell’insulina. Il diabete tipo 2 in genere non viene diagnosticato per molti anni in quanto l’iperglicemia si sviluppa gradualmente e inizialmente non è di grado severo al punto da dare i classici sintomi del diabete. Solitamente la diagnosi avviene casualmente o in concomitanza con una situazione di stress fisico, quale infezioni o interventi chirurgici.
Il rischio di sviluppare la malattia aumenta con l’età, con la presenza di obesità e con la mancanza di attività fisica: questa osservazione consente di prevedere strategie di prevenzione “primaria”, cioè interventi in grado di prevenire l’insorgenza della malattia e che hanno il loro cardine nell’applicazione di uno stile di vita adeguato, che comprenda una sana alimentazione e l’esercizio fisico.
Nel diabete tipo 2  la sintomatologia è  sfumata e solitamente non consente una diagnosi rapida.
Diabete gestazionale
Si definisce diabete gestazionale ogni situazione in cui si misura un elevato livello di glucosio circolante per la prima volta in gravidanza. Questa condizione si verifica nel 4% circa delle gravidanze. La definizione prescinde dal tipo di trattamento utilizzato, sia che sia solo dietetico o che sia necessaria l’insulina e implica una maggiore frequenza di controlli per la gravida e per il feto.
Il Diabete di Tipo 1  è  caratterizzato dalla distruzione delle betacellule, di solito porta ad una insulino-deficienza assoluta. Ha due forme:
Diabete Mellito Immuno-Mediato (Immune-Mediated Diabetes Mellitus):
Risulta da una distruzione mediata autoimmune delle beta cellule del pancreas.
Diabete Mellito Idiopatico (Idiopathic Diabetes Mellitus):
Riferito a forme della malattia che non hanno eziologia conosciuta.
Il Tipo 2, disturbo di insulino resistenza che usualmente ha una relativa (anziché assoluta) insulino-deficienza.
Può variare da un'insulinoresistenza predominante con una insulino-deficienza relativa ad una in
Alterata Tolleranza al Glucosio (IGT: Impaired Glucose Tolerance)
Glicemia superiore alla norma, ma non patologica, a seguito della somministrazione di 75 grammi di glucosio.
Diabete Mellito Gestazionale (GDM)  Intolleranza al glucosio in gravidanza.
La definizione è rimasta invariata rispetto a prima.
Altri tipi specifici:
2.    Difetti genetici dell'azione dell'insulina
3.    Disturbi del pancreas esocrino (p.e., cancro del pancreas, cisti fibrosa, pancreatite)
4.    Endocrinopatie (p.e., di Cushing)
5.    Indotto da farmaci o agenti chimici (p.e., steroidi)
6.    Infezione (p.e., rubella, Coxsackie, CMV)
7.    Forme non comuni di diabete immuno-correlato
8.    Altre sindromi genetiche
Diagnosi Diabete
I criteri per la diagnosi di diabete sono:
•    sintomi di diabete (poliuria, polidipsia, perdita di peso inspiegabile) associati a un valore di glicemia casuale, cioè indipendentemente dal momento della giornata, ≥ 200 mg/dl
oppure
•    glicemia a digiuno ≥ 126 mg/dl. Il digiuno è definito come mancata assunzione di cibo da almeno 8 ore.
oppure
•    glicemia ≥ 200 mg/dl durante una curva da carico (OGTT). Il test dovrebbe essere effettuato somministrando 75 g di glucosio.
Esistono, inoltre, situazioni cliniche in cui la glicemia non supera i livelli stabiliti per la definizione di diabete, ma che comunque non costituiscono una condizione di normalità. In questi casi si parla di Alterata Glicemia a Digiuno (IFG) quando i valori di glicemia a digiuno sono compresi tra 100 e 125 mg/dl e di Alterata Tolleranza al Glucosio (IGT) quando la glicemia due ore dopo il carico di glucosio è compresa tra 140 e 200 mg/dl. Si tratta di situazioni cosiddette di “pre-diabete”, che indicano un elevato rischio di sviluppare la malattia diabetica anche se non rappresentano una situazione di malattia. Spesso sono associati a sovrappeso, dislipidemia e o ipertensione e si accompagnano a un maggior rischio di eventi cardiovascolari. Per quanto riguarda la sua diffusione, l’OMS lancia un allarme: nel mondo sono circa 150 milioni le persone affette da questa malattia e la cifra è destinata a raddoppiare entro il 2030, raggiungendo oltre 350 milioni di ammalati.
Poiché tuttavia anche l’obesità, principale fattore di rischio per il diabete di tipo 2, è in continuo aumento (si stima che nel 2025 un terzo degli italiani sarà obesa), è probabile che le cifre sulla futura prevalenza del diabete siano sottostimate.
Nella genesi del diabete sono coinvolti numerosi meccanismi patogenetici, tra cui i processi che distruggono le cellule preposte alla sintesi dell’insulina a livello pancreatico e che conducono all’insulino-resistenza e al deficit di tale ormone. A loro volta, il deficit di insulina e l’insulino-resistenza inducono la comparsa di anomalie del metabolismo glucidico, lipidico e proteico.
Il diabete è una delle maggiori emergenze sanitarie del nostro secolo, specialmente per quanto riguarda i paesi industrializzati. Fondamentale risulta la prevenzione, con dieta e sport, mentre per la terapia ci sono importanti novità sul fronte farmacologico.
Definizione di Insulino-resistenza
L’insulino-resistenza (o bassa sensibilità insulinica) può essere definita come una condizione in cui le normali quantità di insulina producono una risposta biologica subottimale e può coinvolgere più organi e tessuti (fegato, muscolo scheletrico e tessuto adiposo) oppure un unico tipo cellulare (ad esempio la cellula muscolare scheletrica).
Ricordiamo, brevemente, che l'insulina è un ormone essenziale per consentire il passaggio del glucosio dal sangue alle cellule, impedendo che la sua concentrazione ematica (glicemia) si alzi troppo. Non tutte le cellule corporee necessitano di insulina per assorbire il glucosio; l'ormone è tuttavia essenziale per il tessuto muscolare e per quello adiposo, che da soli rappresentano circa il 60% della massa corporea.
In risposta all'insulino-resistenza, l'organismo mette in atto un meccanismo compensatorio basato sull'aumentato rilascio di insulina; si parla, in questi casi, di iperinsulinemia, cioè di elevati livelli dell'ormone nel sangue. Se nelle fasi iniziali questa compensazione è in grado di mantenere la glicemia a livelli normali, in uno stadio avanzato le cellule pancreatiche deputate alla produzione di insulina non riescono ad adeguarne la sintesi; il risultato è un aumento della glicemia post-prandiale. Nella fase conclamata, infine, l'ulteriore riduzione della concentrazione plasmatica di insulina, dovuta al progressivo esaurimento delle beta-cellule pancreatiche determina la comparsa di iperglicemia anche a digiuno. Non sorprende, pertanto, che l'insulino-resistenza rappresenti spesso l'anticamera del diabete. Per capire le ragioni biologiche alla base di quest'evoluzione negativa è necessario possedere sufficienti nozioni sui meccanismi regolatori della glicemia e sugli ormoni che vi partecipano. Brevemente, l'insulino-resistenza determina:
– un aumento dell'idrolisi dei trigliceridi a livello del tessuto adiposo, con aumento degli acidi grassi  nel plasma; una diminuzione dell'uptake di glucosio a livello muscolare, con conseguente diminuzione dei depositi di glicogeno;
– una maggiore sintesi epatica di glucosio in risposta all'aumentata concentrazione degli acidi grassi nel sangue ed il venir meno dei processi che la inibiscono; di riflesso si ha un innalzamento dei livelli glicemici a digiuno;
– si ritiene che l'iperinsulinemia compensatoria renda la beta-cellula incapace di attivare tutti quei meccanismi molecolari necessari al suo corretto funzionamento e alla sua normale sopravvivenza. La diminuita funzionalità delle cellule pancreatiche deputate alla sintesi di insulina apre le porte al diabete mellito di tipo II.
Il tessuto muscolare rappresenta la sede principale dell'insulino-resistenza periferica; tuttavia durante l'attività fisica questo tessuto perde la sua dipendenza dall'insulina ed il glucosio riesce ad entrare nelle cellule muscolari anche in presenza di livelli insulinemici particolarmente bassi.
Inoltre, nel singolo individuo il fenomeno può estendersi a numerosi processi biologici (ad esempio la regolazione del metabolismo glucidico, di quello lipidico e di quello proteico) o essere limitato a poche azioni ormonali (ad esempio la regolazione della sintesi di glicogeno e o dell’ossidazione glucidica).
L’insulino-resistenza ha una base genetica ma è influenzata anche da fattori acquisiti e o ambientali.
Eccesso ponderale, localizzazione prevalentemente centrale e, soprattutto, viscerale dell’adipe, dieta iperlipidica, scarsa attività fisica, fumo di sigaretta, alcuni farmaci (glucocorticoidi, diuretici tiazidici, beta-bloccanti) sono in grado di ridurre la sensibilità insulinica.
Su molti fattori è possibile esercitare un efficace intervento terapeutico.
La relazione tra glicemia ed insulina è ben conosciuta ed ha portato all’elaborazione dell’indice HOMA (Homeostasis Model Assessment), Matthews e coll.5 hanno presentato un modello matematico che permette di quantificare l’entità della presenza di resistenza insulinica calcolando l’indice di resistenza insulinica mediante HOMA (HOMA-IR) e valutare quindi la funzionalità della ß cellula pancreatica.
Come si esegue
L'esame si esegue esclusivamente in centri diabetologici abilitati, in quanto, l'attendibilità dell'esame dipende da molti fattori contingenti:
•    prelievo ematico eseguito su due provette separate
•    i campioni di sangue possono essere stoccati a -20° ed analizzati in unica seduta
•    i prelievi per il dosaggio della glicemia devono essere effettuati dopo un periodo di digiuno di almeno 8 ore
•    è importante rilevare anche il peso del soggetto, l'altezza e la circonferenza vita
•    calcolare il BMI della persona esaminata
•    non è possibile effettuare l'indice HOMA dopo un'intensa attività fisica o dopo aver fumato una o più sigarette.
Anche se la causa della resistenza all’insulina non è ancora stata del tutto chiarita si sa che è chiaramente legata alla sedentarietà e all’obesità. La secrezione pancreatica di insulina aumenta fortemente nell’individuo obeso per compensare una dieta troppo ricca di zuccheri.
A livello del muscolo scheletrico il trasporto del glucosio è perturbato, e lo stesso vale per la sintesi di glicogeno. E’ probabile che la causa sia dovuta ad una disfunzione del metabolismo degli acidi grassi, la cui concentrazione aumenta provocando una diminuzione della fosforilazione mitocondriale. Ne deriva una resistenza all’azione dell’insulina che stimola a sua volta la secrezione pancreatica.
Progressivamente il pancreas si sovraccarica, il paziente diventa intollerante al glucosio e poi sviluppa un diabete di tipo 2.
Riconoscere la presenza di una resistenza all’insulina, soprattutto nei soggetti con familiarità diabetica e/o con ridotta tolleranza glucidica, è utile per identificare gli individui a maggior rischio di sviluppare un diabete di tipo 2 e intraprendere misure di prevenzione primaria. Riconoscere una insulino-resistenza sembra essere utile anche per identificare i soggetti a rischio di sviluppare altre malattie metaboliche (dislipidemia, iperuricemia, ipertensione arteriosa) e, in seconda istanza, aterosclerosi. Il miglioramento della sensibilità insulinica poggia essenzialmente su provvedimenti di ordine comportamentale, quali dieta ed esercizio fisico. E’ stato osservato che alcuni farmaci (metformina, glitazoni) sono in grado di migliorare la sensibilità insulinica nel soggetto diabetico.
Le cause della Insulino-resistenza
Le cause dell'insulino-resistenza sono numerose. Dal punto di vista biologico il problema può localizzarsi a livello pre-recettoriale, recettoriale o post-recettoriale, comprese le varie possibili sovrapposizioni. L'insulino-resistenza può essere causata da fattori ormonali; è possibile, ad esempio, un difetto qualitativo nella produzione di insulina, così come un'eccessiva sintesi di ormoni con effetti contro-insulari. In questa classe di sostanze rientrano tutti quegli ormoni, come l'adrenalina, il cortisolo ed il glucagone, capaci di antagonizzare l'azione dell'insulina, fino a determinare insulinoresistenza quando presenti in eccesso (come avviene tipicamente nella sindrome di Cushing). Possono esistere, inoltre, cause genetiche provocate da mutazioni del recettore insulinico. Nella maggior parte dei casi, comunque, le cause dell'insulino-resistenza non sono chiaramente determinabili. Oltre all'immancabile componente ereditaria, nella maggior parte dei casi l'insulino-resistenza interessa soggetti colpiti da malattie e condizioni come ipertensione, obesità (in particolare quella androide od addominale), gravidanza, steatosi epatica, sindrome metabolica, uso di steroidi anabolizzanti, aterosclerosi, sindrome dell'ovaio policistico, iperandrogenismo e dislipidemia (elevati valori di trigliceridi e colesterolo LDL associati ad una ridotta quantità di colesterolo HDL). Tali condizioni, associate all'immancabile componente genetica, rappresentano anche possibili cause/conseguenze dell'insulino-resistenza e sono importanti per la sua diagnosi; tralasciando esami specifici, molto costosi e limitati al campo della ricerca, nella pratica clinica si valutano le concentrazioni plasmatiche di glucosio ed insulina a digiuno. Talvolta si utilizza anche la classica curva glicemica, che in presenza di insulino-resistenza presenta un andamento relativamente normale, salvo presentare poi – a distanza di varie ore – un rapido declino della glicemia (dovuto all'iperinsulinemia).
Il trattamento più efficace per l'insulino-resistenza è dato dalla pratica di regolare attività fisica, associata al calo ponderale e all'adozione di una dieta basata sulla moderazione calorica e sul consumo di alimenti a basso indice glicemico. Utili anche i presidi in grado di ridurre o rallentare l'assorbimento intestinale degli zuccheri: acarbosio ed integratori di fibra come il glucomannano e lo psillio). Alcuni farmaci utilizzati nella cura del diabete, come la metformina, si sono dimostrati efficaci anche nel trattamento dell'insulino-resistenza; tuttavia è molto importante intervenire prima di tutto sulla dieta e sul livello di attività fisica, ricorrendo alla terapia farmacologica solo quando le modifiche dello stile di vita non sono sufficienti.
Pre-diabete. L'alterata glicemia a digiuno glicemia a digiuno o IFG (acronimo di Impaired Fasting Glycaemia) è una condizione in cui i livelli di glucosio nel sangue, rilevati a digiuno da almeno otto ore, superano per eccesso il limite di normalità pur rimanendo al di sotto dei valori che sanciscono lo stato diabetico. Per questo motivo, quando si rileva un'alterata glicemia a digiuno, si parla spesso di prediabete, un semaforo giallo che dovrebbe invitare il paziente ad una maggiore attenzione verso l'alimentazione ed il livello di attività fisica quotidiana. L'alterata glicemia a digiuno si accompagna ad insulino-resistenza e ad un aumento del rischio cardiovascolare; può inoltre evolvere in diabete mellito di tipo II conclamato, con un rischio del 50% che tale progressione si manifesti nel decennio successivo alla diagnosi.L'alterata glicemia a digiuno (IFG) non va confusa con l'alterata tolleranza al glucosio (IGT), anche se le due condizioni possono coesistere. La diagnosi di IGT viene posta attraverso il cosiddetto carico orale di glucosio, in cui si registra nel tempo la risposta glicemica del paziente all'ingestione di 75 grammi di glucosio sciolti in acqua; se dopo due ore i livelli di glucosio nel sangue sono superiori a determinati valori soglia (>140 mg/dL ma inferiori a 200 mg/dL), si parla di IGT. Tale condizione presenta un maggior rischio di evoluzione in diabete conclamato rispetto all'IFG ed è per questo che dopo il riscontro di un'alterata glicemia a digiuno molto spesso il medico indirizza il paziente verso un test da carico orale di glucosio. Gli stati pre-diabetici sono rappresentati dalla ridotta tolleranza glucidica (IGT) e dall'alterata glicemia a digiuno (IFG). A seconda delle fonti si parla di alterata glicemia a digiuno quando i livelli glicemici misurati su un piccolo campione ematico venoso, prelevato dopo un digiuno da almeno 8 ore (solo l'acqua è concessa), risultano superiori o uguali ai 100 mg/dL (5.6 mmol/L), ma comunque inferiori ai 126 mg/dL (6.9 mmol/L, che sono patognomici del diabete) – Linee guida ADA American Diabetes Association. L'alterata glicemia a digiuno è un monito che ci ricorda due cose molto importanti. La prima è che il diabete mellito di tipo II non colpisce all'improvviso, ma nella maggior parte dei casi, se non sempre, passa per una condizione reversibile e non propriamente patologica che dura degli anni. Questa condizione, che possiamo identificare nell'alterata glicemia a digiuno, non dà sintomi particolari, motivo per cui dopo il quarantacinquesimo compleanno, specie in presenza di sovrappeso e familiarità per la patologia, è necessario sorvegliare con una certa attenzione la propria glicemia. Se tale accertamento risulta negativo il test va ripetuto dopo tre anni. Per la popolazione ad alto rischio (stati pre-diabetici, familiarità per diabete mellito, sindrome metabolica, ipertensione, iperlipidemia, madri di neonati macrosomici), invece, le indagini diagnostiche dovrebbero essere prese in considerazione più precocemente ed essere eseguite con una frequenza almeno annuale. Benché non siano delle vere e proprie malattie, il riscontro di stati pre-diabetici non deve mai essere sottovalutato, in quanto rappresentano un importante fattore di rischio per lo sviluppo futuro di diabete conclamato, oltre ad associarsi ad un'aumentata incidenza di patologia aterosclerotica ed in particolare di cardiopatia ischemica. Altra cosa molto importante è che spesso la semplice correzione degli stili di vita riporta tutto alla normalità. Dopo il riscontro di un'alterata glicemia a digiuno, pertanto, il medico non prescriverà farmaci ma consiglierà di intervenire con una dieta più attenta agli eccessi calorici e nel contempo più ricca di vegetali e più povera di grassi saturi e carboidrati, in particolare di quelli semplici (dolci, bevande zuccherate, succhi di frutta industriali, merendine, cioccolatini e compagnia bella). All'intervento alimentare si affiancherà una maggiore attività fisica, tanto più importante quanto più la persona è in sovrappeso. Nessuno, comunque, vi chiederà di trasformarvi in degli atleti: camminare a passo sostenuto per trenta minuti al giorno (o almeno farlo per 4 volte alla settimana) e preferire qualche salutare rampa di scale all'ascensore è una strategia straordinariamente efficace per prevenire il diabete e migliorare il benessere generale ed il profilo lipidemico (colesterolemia, trigliceridemia ecc.).